Gli eredi del 3° Reich

Davanti all’escalation degli ultimi giorni del massacro mirato della popolazione civile palestinese perpetrato da Israele è naturale quanto doveroso dover sottolineare come ci siano sempre più punti in comune tra Israele e la sua vecchia amica, oggi maestra postuma, Germania Nazista.

Già alle origini di Israele, il governo riconosceva il ruolo guida del movimento sionista (alias socialismo nazionale ebraico) nel “consolidamento dello stato di Israele, riunione di tutti gli esiliati in terra di Israele, tutela dell’unità del popolo ebraico”. Si dichiarava esplicitamente che tutti gli ebrei non fossero un semplice gruppo di persone afferenti alla fede ebraica ma che fossero un’etnia, una razza distinta, un popolo eletto che doveva trovare la sua patria o vedi anche spazio vitale.

Proprio come la razza ariana doveva trovare il proprio spazio, riunendo I tedeschi in una grande Germania a scapito delle inferiori nazioni slave.

Non per niente durante i primi anni dalla presa del potere del nazismo in Germania, le S.S. In particolare si dimostrarono apertamente filosioniste, appoggiando le teorie per un ritorno in Palestina di tutti gli ebrei, in quanto comunità razziale fondata sul sangue.

Le simpatie per i maestri nazisti sono evidenti in molteplici situazioni. Vedi ad

esempio l’inserimento progressivo dei “colonie ebraiche” nei territori palestinesi per creare insediamenti di soli ebrei, come gli insediamenti di soli ariani nell’ex Cecoslovacchia e Polonia. Basta gettare uno sguardo all’evoluzione della carta della Palestina.

 

Il 90% dei palestinesi, in quanto mussulmani e cristiani (popoli non eletti ed inferiori), è stato progressivamente obbligato a vivere in ghetti, controllati con muri e filo spinato, proprio come gli ebrei in tutta l’Europa occupata dai nazisti.

Per cominciare a far questo già dall’immediato secondo dopoguerra, nonostante avesse già iniziato la caccia ai nazisti in tutto il mondo, I governanti israeliani capirono che si dovevano rivolgere agli specialisti del settore. Nel ’49 ingaggiarono loschi figuri come Walter Rauff, ufficiale delle SS responsabile dell’omicidio di 100 000 persone ricercato dagli Alleati, per le sue consulenze in materia aiutandolo poi anche a fuggire in Sud America.

Per comprendere quale sia lo spirito che oggi guida i sionisti dello stato di Israele basta leggere l‘articolo, di un certo gilad sharon, apparso il 18 novembre su uno dei giornali israeliani in inglese più importanti, che ricalca alla perfezione ciò che il governo israeliano sta facendo nella pratica.

Già il titolo, “A decisive Conclusion is necessary” richiama al “simpatico” concetto di “Soluzione Finale” tanto caro ai nazisti riguardo i loro amici ebrei.

Basta comunque scorrere qualche riga per arrivare ad un passo che varrebbe all’autore gli encomi dei vecchi gerarchi delle SS, in cui afferma:

[…We need to flatten entire neighborhoods in Gaza. Flatten all of Gaza. The Americans didn’t stop with Hiroshima – the Japanese weren’t surrendering fast enough, so they hit Nagasaki, too…]

traduzione letterale: “Dobbiamo spianare interi quartieri a Gaza. Spianare tutta Gaza. Gli americani non si fermarono con Hiroshima, I Giapponesi non si arresero abbastanza velocemente cosi colpirono anche Nagasaki”. 

La mattanza del popolo palestinese nei campi di concentramento continua ormai da 60 anni davanti l’indifferenza e la complicità del mondo occidentale (l’Italia è uno dei maggiori partner di israele nella collaborazione militare).

Lo Zyklon è passato di moda. Troppo rapido. Troppi problemi a livello internazionale. Ora si preferiscono le bombe al fosforo bianco, che quando non uccidono immediatamente provocano cancro o malformazioni alla nascita.

Vittime dei bombardamenti Novembre 2012

I bambini e le donne. Sono questo l’obbiettivo principale dei Raid. Perchè l’esercito più potente del mondo avrebbe certamente le capacità per attacchi selettivi. Nella loro inumana efficienza i governanti israeliani assomigliano ancora una volta di più ai gerarchi nazisti. Oggi si vuole sterminare, per evitare di combatterla fra qualche anno, la prossima generazione della resistenza Palestinese.

L’esercito più forte del mondo. Vero. Per qualche anno lo è stato anche quello Nazista, riuscendo ad occupare tutta l’Europa continentale e oltre. Ma la storia insegna che tutti gli imperi fondati sulla violenza, razzismo e xenofobia per quanto a lungo abbiano durato sono destinati a cadere fragorosamente.

Viva il Popolo Palestinese. Intifada fino alla Vittoria!

7 Risposte to “Gli eredi del 3° Reich”

  1. Detto bene, gli eredi dell SS e dei nazisti: i Sionisti-

  2. Gianni Sartori Says:

    Con gli oppressi contro gli oppressori, SEMPRE!

    1944-2014: a settanta anni di distanza, un ricordo di
    SARA CHE NON VOLEVA MORIRE…

    (Gianni Sartori)

    Ci sono storie che insegui inconsapevolmente per anni, o forse sono quelle storie che ti inseguono…
    Una prima volta ne avevo sentito parlare circa trenta anni fa. Un giro in bici, una sosta nella piazzetta di un paese mai visto prima, un casuale incontro con un’anziana che aveva assistito ai fatti di persona. Mi parlò di un evento all’epoca poco conosciuto (“obliterato”), su cui poco pietosamente veniva steso un velo di silenzio: la deportazione in una antica villa padronale di Vò Vecchio (Villa Contarini-Venier) di un gruppo di ebrei rastrellati nel Ghetto di Padova (dicembre 1943). E mi accennò ad un episodio ancora più inquietante, il tentativo di una bambina (forse spinta dalla madre) di nascondersi in una barchessa per evitare la definitiva deportazione (luglio 1944).
    Qualche anno dopo (sempre casualmente) raccolsi altri particolari da una parente, forse una nipote, dell’anziana ormai scomparsa. La bambina sarebbe stata riportata ai tedeschi il giorno dopo, forse per timore di rappresaglie. Fatto sta che emerse nel racconto una precisa responsabilità delle Suore Elisabettiane (incaricate di occuparsi della cucina del campo di concentramento) nel “restituire” Sara agli aguzzini. Ricordo che il controllo del campo di Vò Vecchio, uno dei circa 30 istituiti dalla R.S.I. di Mussolini, era affidato a personale di polizia italiano (presenti anche alcuni carabinieri). Invece la lapide sulla facciata della villa in memoria di quanti non ritornarono (posta soltanto nel 2001) ne parla come di un evento avvenuto “durante l’occupazione tedesca” senza un accenno alle responsabilità del fascismo italiano.
    Il tragitto dei 43 Ebrei da Vò Vecchio verso la soluzione finale è ormai noto e ben documentato. La macchina burocratica funzionava alla perfezione e la pratica di ognuno dei deportati proseguì regolarmente grazie a decine di anonimi complici, esecutori senza volto.
    Fatti salire su due camion, vennero prima richiusi nelle carceri di Padova e poi inviati a Trieste, nella Risiera di San Sabba. Tappa definitiva, Auschwitz.
    Quanto alla bimba, si chiamava Sara Gesses (doveva avere sei o sette anni, ma alcune fonti parlano di dieci) e, questo l’ho saputo solo recentemente, venne riportata a Padova con la corriera (quella di linea) dal comandante del campo in persona, Lepore (in alcuni scritti viene definito “più umano” rispetto al suo predecessore). Anche al momento di salire sulla corriera Sara si sarebbe ribellata, avrebbe pianto, gridato, forse scalciato. Vien da chiedersi come il zelante funzionario abbia poi potuto convivere con il ricordo di questa creatura condotta al macello. Ma in fondo Lepore non era altro che una delle tante indispensabili rotelline dell’ingranaggio, un cane da guardia addomesticato, servo docile incapace di un gesto sia di ribellione che di compassione. Pare che un maldestro tentativo di giustificarsi sia poi venuto da parte delle suore che dissero di aver agito in quel modo “per riportarla insieme alla mamma”. L’ipocrisia a braccetto con la falsa coscienza.
    In precedenza, insieme ai genitori, la bambina era stata catturata vicino al confine con la Svizzera durante un tentativo di fuga e quindi riportata nel padovano. Sembra anche che la madre riuscisse a farla scivolar fuori dal finestrino di un’altra corriera, quella che dal carcere di Padova stava portando i prigionieri a Trieste. Purtroppo invano. Sara venne immediatamente ripresa dagli sgherri nazifascisti.
    In Polonia la maggior parte dei 47 deportati (tra cui Sara) venne immediatamente “selezionata” per le camere a gas. Solo una decina venne momentaneamente risparmiata e di questi solo tre sopravvissero.
    Sara che non aveva incontrato nessun “giusto” sul suo cammino venne avviata alla camera a gas appena scesa dal convoglio 33T sulla rampa di Birkenau, nella notte tra il 3 e il 4 agosto agosto 1944.
    La sua “morte piccina” (come quella della bambina di Sidone cantata da De André) rimane un delitto senza possibile redenzione, ma di cui dobbiamo almeno conservare la memoria.
    Gianni Sartori (settembre 2014)

  3. Gianni Sartori Says:

    Anche se risale a qualche anno fa, invio questo contributo per ricordare quali siano le responsabilità statunitensi nell’aver provocato l’attuale situazione in Iraq e dintorni …e quali e quante siano state le violazioni dei Diritti umani operate da questi difensore della (loro!) democrazia…
    ciao, GS
    L’IRAQ NON E’ IL VIETNAM. E’ PEGGIO!
    Gianni Sartori (2006)
    Alla fine di ottobre 2005 l’aviazione statunitense informava di aver effettuato “bombardamenti di precisione contro postazioni di terroristi stranieri” sul villaggio di Betha, nel nord dell’Iraq. Quasi immediata la smentita dei medici dell’ospedale di Qaim che parlavano di circa quaranta morti civili tra cui alcune donne e dodici bambini: un massacro. E intanto i superstiti scavavano con le mani tra le macerie alla ricerca di altri corpi.
    Episodi del genere si contano ormai a centinaia nell’Iraq “liberato”.
    Confermando una tendenza in atto da tempo, nelle guerre sono soprattutto i civili ad essere vittime indifese di eserciti e milizie. In Iraq in particolare sono sempre più ostaggio delle truppe di occupazione e di quei gruppi (resistenti, guerriglieri, terroristi…o come si voglia chiamarli) che non fanno distinzione tra obiettivi militari e popolazione civile.
    Proprio nel giorno dei bombardamenti di Betha (31 ottobre 2005) il Pentagono, su richiesta del parlamento statunitense, rendeva pubblico un rapporto che calcolava in 26.000 gli iracheni uccisi o feriti dalla guerriglia dal marzo 2003. Ma aveva l’accortezza di non fare distinzioni tra civili ed esponenti delle forze di sicurezza. Soprattutto non forniva alcuna indicazione sulle vittime imputabili alle truppe di occupazione. Secondo l’organizzazione “Iraq body count” il numero dei civili uccisi sarebbe compreso tra 27mila e 30mila, il 37% dovuto al fuoco americano o inglese. Usa e Gran Bretagna sarebbero inoltre responsabili del ferimento di più di 40mila persone.
    E’ opinione di molti osservatori che queste cifre rappresentino solo una parte del massacro in atto contro la popolazione irachena. Per ammissione dello stesso Pentagono “il dipartimento della difesa non mantiene un conteggio preciso delle vittime irachene”. L’ex sergente dei marines Jimmy Massey (dopo aver raccontato di aver preso parte alla sistematica uccisione di civili ai posti di blocco) ipotizzava addirittura che il totale dei morti potesse arrivare a centomila. “Ma – aggiungeva – molto probabilmente non lo sapremo mai con certezza” , perché rimane incalcolabile il numero dei corpi abbandonati lungo le strade o frettolosamente sepolti in fosse comuni.
    Ovviamente sono più precisi i dati in merito ai caduti americani che da tempo hanno superato la soglia di duemila. Anche se l’amministrazione Usa continua a rassicurare i suoi cittadini insistendo sul fatto che il numero dei caduti (americani beninteso) è inferiore a quello del Vietnam, bisognerebbe calcolare anche le conseguenze future, traumi e malattie che perseguiteranno a lungo i reduci. Nella prima guerra del Golfo i caduti statunitensi furono poche centinaia, ma l’associazione dei reduci ha già denunciato più di ottomila decessi di ex militari che parteciparono alla “Tempesta”. E sono decine di migliaia coloro che in questi anni hanno accusato patologie dovute alle armi e munizioni in dotazione. Resta ora da vedere quali saranno gli effetti di uranio impoverito e fosforo bianco sui soldati inviati in Mesopotamia dal 2003. Per le popolazioni civili gli effetti sono invece già molto evidenti. A distanza di un anno è tornato prepotentemente d’attualità uno degli avvenimenti più orrendi di questa guerra: l’attacco contro Falluja (la “città delle cento moschee” diventata la “Guernica irachena”) del novembre 2004, operazione denominata al Fajr (l’alba).
    Nel suo libro “Fuoco amico” Giuliana Sgrena denunciava l’uso di Mk77 (in pratica napalm) e del fosforo bianco, citando proprio un’intervista al marine Jimmy Massey. Riportava anche il racconto di alcuni sopravvissuti che, tornati alle loro case (tra le poche rimaste in piedi), avevano trovato le stanze ricoperte da una polverina bianca. Molti si sentirono male e alcuni cominciarono a sanguinare appena iniziarono a pulire. E adesso ai racconti degli scampati si aggiungono le immagini atroci di quei corpi mummificati (ma con gli abiti intatti), di quei volti straziati dalla sofferenza. Proprio queste immagini hanno rilanciato con forza il dibattito sull’uso da parte dell’esercito americano di armi chimiche, in particolare del fosforo bianco.
    Quest’ultimo era già tristemente noto per essere stato usato dagli Italiani in Etiopia, dai nazisti alleati di Franco nel bombardamento della città basca di Guernica (aprile 1937), dalla Raf su Amburgo nel 1943, dagli Alleati su Dresda nel 1945, dagli Usa in Vietnam e da Saddam contro i Curdi negli anni ottanta. Alle testimonianze di alcuni ex militari come Jeff Garret (“Ho sentito via radio l’ordine di usare il Willy Pete, nome del fosforo bianco”) si è aggiunto un documento del governo inglese in cui si afferma chiaramente che gli americani “almeno in alcuni casi hanno usato armi chimiche”.
    Il direttore del centro studi per i diritti umani di Falluja, il biologo Mohamad Tareq al-Deraji, lo aveva già denunciato in giugno al Parlamento di Strasburgo. Aveva detto:” Una pioggia di fuoco è scesa sulla città, la gente colpita da queste sostanze ha cominciato a bruciare; abbiamo trovato gente morta con strane ferite, i corpi bruciati e i vestiti intatti”. Successivamente, dopo le smentite dell’ambasciata americana che protestava per la trasmissione di “Rai News 24” (“Falluja, la strage nascosta”), altre prove si sono aggiunte.
    Tre ufficiali statunitensi (un capitano, un sergente maggiore, un tenente) che avevano preso parte alla battaglia dell’8-20 novembre 2004, avevano inviato un memorandum agli Alti Comandi. Il testo venne poi pubblicato da Field Artillery (rivista dell’Artiglieria da campagna dell’esercito Usa) nel marzo 2005. Nel rapporto viene descritto l’uso del fosforo bianco contro obiettivi umani, per stanare gli insorti da trincee e cunicoli. Le azioni venivano denominate shake and bake (scuoti e cuoci). Il rapporto si conclude sottolineando come l’uso del fosforo bianco abbia avuto “effetti fisicamente e psicologicamente devastanti sugli insorti”. Anche un’altra rivista militare americana, Infantry Magazine, aveva riportato notizie in merito all’uso del fosforo bianco durante la battaglia di Erbil, nell’aprile del 2003.
    Il fosforo bianco usato in grandi quantità andrebbe considerato “un’arma di distruzione di massa di tipo non convenzionale” secondo Domenico Leggiero, ex ispettore internazionale al controllo degli armamenti. E aggiunge:” Il residuato dell’esplosione di fosforo bianco è un pulviscolo impercettibile che si posa ovunque, entra nelle stanze…reagisce con l’ossigeno, attacca in modo violento soprattutto mucose, bocca e apparato respiratorio. Funziona come una bomba neutronica, uccide ciò che è vivo”.
    Risale al 1980 la “Convenzione sulla limitazione e divieto delle bombe incendiarie” delle Nazioni Unite e al 1997 un nuovo documento sulla “proibizione di sviluppo, produzione, stoccaggio e uso di armi chimiche e sulla loro distruzione”. Documenti che, ironia della Storia, fornirono agli Usa la giustificazione per invadere l’Iraq.
    Gianni Sartori (2006)

  4. Gianni Sartori Says:

    segnalo in rete:

    ETNIE, Gianni Sartori’s Latest Posts

    I curdi, da Ocalan ai peshmerga
    By Gianni Sartori del 22/09/2014

    Venticinque anni di ricerche, interviste, analisi geopolitiche e testimonianze dirette: un saggio fondamentale per capire le vicende di questo popolo leggendario

  5. Gianni Sartori Says:

    segnalo su ETNIE breve storia paesi baschi a fumetti di Gianni Sartori,
    ciao
    Gianni

  6. Gianni Sartori Says:

    EUSKAL HERRIA 2015: A 40 ANNI DALLA FUCILAZIONE DI TXIKI E OTAEGI, SI INTRAVEDE, FORSE, UNA SOLUZIONE POLITICA DEL CONFLITTO BASCO

    Tra gli eventi significativi di questo anno va segnalata la “Conferenza Umanitaria per la Pace nel Paese Basco” svoltasi a Parigi (11 giugno 2015) e organizzata dal Gruppo di contatto Internazionale, dalla Lega Francese dei Diritti Umani, da Concilation Resources, Fundaciòn Berghof, Foro Social por la Paz en el Pais Vasco e Bake Bidea.
    Nella sostanza un appello congiunto, rivolto dalla società civile basca e da quella dell’Esagono, allo Stato francese affinché adotti mezzi adeguati per risolvere le principali conseguenze del conflitto. Per la prima volta a Parigi si sono riuniti parlamentari, rappresentanti delle Istituzioni e varie associazioni, tutti a favore di un processo di pace in Euskal Herria. La presentazione da parte di Pierre Joxe di quanto si è fatto negli ultimi 4 anni per una soluzione democratica (con il sostegno di vari esponenti politici, tra cui J.J.Lasserre, Frederique EEspagnac e Max Brissou) ha consentito di apprezzare la portata dei progressi operati dalla società civile basca dall’epoca della Conferenza di Aiete (2011). 
     Con la Conferenza di Parigi si è voluto analizzare in maniera approfondita le conseguenze più gravi e problematiche del conflitto, in particolare la questione delle vittime e quella dei prigionieri (i militanti di ETA in carcere), sottolineando comunque che il cammino da percorrere è ancora lungo. L’intervento di Pierre Hazan, esperto di Giustizia internazionale, e le testimonianze di Roberto Manrique e di Axun Laza, entrambi vittime a diverso titolo,  hanno mostrato quale sia stato il livello di sofferenza subito da tutte le parti coinvolte.
    Raymond Kendall, ex dirigente dell’Interpol, ha indicato alcuni elementi chiave nella questione dei prigionieri e la necessità di protocolli per la liberazione dei prigionieri stessi, analogamente a quanto è avvenuto in Irlanda e in Sudafrica. Il concetto era stato poi ripreso da Gerry Kelly e da Gabriel Mouesca, sottolineando quale sia stato il ruolo dei prigionieri nel far progredire il processo di pace. Michel Tubiana, presidente onorario della LDH, e Serge Portelli hanno presentato una dichiarazione congiunta rivolta agli stati spagnolo e francese (e appoggiata da Berte Ahem, ex primo ministro irlandese) per una soluzione politica.

    Mentre tale soluzione politica si va definendo, pur tra tante difficoltà, ritengo sia utile, se non addirittura indispensabile, rivolgere lo sguardo indietro, alle tappe fondamentali, spesso drammatiche, che hanno segnato la storia del Paese Basco in questi ultimi decenni.
    Una storia che è imprescindibile da quella dell’organizzazione armata Euskadi Ta Askatasuna (ETA). Tra gli eventi che, almeno per la mia generazione, avevano maggiormente portato alla ribalta la questione basca, sicuramente le 5 fucilazioni del settembre 1979 (due etarras e tre militanti del FRAP, un gruppo iberico antifranchista) rimangono una ferita aperta. In questo quarantesimo anniversario vorrei ricordare i cinque militanti assassinati dal regime fascista di Franco, in particolare il TXIKi di cui ho poi conosciuto i familiari. Ho quindi riesumato un vecchio articolo, quasi un diario di viaggio, della fine degli anni novanta. Buona lettura, spero.
    GS

    A 40 anni dalla fucilazione del TXIKi e degli altri quattro compagni antifranchisti, un ricordo da parte di chi non li ha mai dimenticati
     
    Askatasuna = Libertà
    di Gianni Sartori

    Cronaca quasi obiettiva di un ritorno nei Paesi Baschi in compagnia del figlio verso la fine degli anni novanta (del secolo scorso)

    Stazione di Irun: scuoto un po’ E. (che si era appisolato), ci carichiamo gli zaini in spalla e saltiamo giù. Inaki ci viene incontro con le chiavi di casa (sua) in mano. Sapendo del nostro arrivo ha rimandato di un paio di giorni la partenza per le ferie. Arriviamo a Donosti (San Sebastian) sotto una pioggerellina sottile.
    Riprendo mentalmente possesso del territorio. Ci troviamo nei pressi di Piazza Easo, in posizione strategica. La stazione del “Topo” (metropolitana di superficie) è a due passi; sedi di riviste e associazioni politiche sono nei paraggi e anche la Cattedrale del Buen Pastor (usata spesso per scioperi della fame e altre iniziative di protesta) si trova nelle vicinanze.
    Inoltre le spiagge e la città vecchia, con le sue ben fornite librerie (Bilintx in particolare) e qualche Herria Taverna (che svolgono adeguatamente le funzioni di centro sociale e di documentazione) sono facilmente raggiungibili anche a piedi.
    Nei giorni successivi avrò modo di pensare alla sensazione di familiarità, di “già visto e vissuto” che provo in casa di Inaki. C’è qualcosa che rispetto a parametri convenzionali potrebbe apparire incongruente, contraddittorio: appesi al muro foto dei figli e immagini del CHE, Ikurrina (bandiera basca) e manifesto di Dragon Ball (personaggio di cartoni e fumetti giapponesi); sulle scansie e sui tavoli, in disordine sparso, libri per bambini (la raccolta completa di Asterix in euskara!) e voluminosi dossier sulla tortura, libri sulla guerra civile del ’36 e depliant di Eurodisneyland, la biografia dell’anarchico basco “Felix Likiniano, miliziano de la utopia” e altri fumetti a cura dell’Eusko Jaurlaritza (Governo Basco) sui personaggi mitologici di Euskal Herria (Atzi, Amilamia, Basajaun, Akerbetz, Sorgin, Mari…).
    Inevitabilmente ripenso alle abitazioni di alcuni repubblicani irlandesi (in particolare a quelle di Mary Nelis, consigliere comunale di Derry e di Alex Maskey, noto esponente del Sinn Fein diventato ora sindaco di Belfast), dove la sovrapposizione tra quotidianità familiare e impegno politico salta immediatamente agli occhi. Si parva licet, mi ricorda un po’ anche casa mia, a parte la mancanza di cani e gatti.
    Nella fornitissima libreria di Inaki (che sta scrivendo un ennesimo libro sulla resistenza basca al franchismo, con particolare attenzione al ruolo degli anarchici) individuo alcuni interessanti volumi sui rapporti intercorsi tra anarchismo e lotta per l’autodeterminazione: “Teoria politica e praxis social de un anarquista vasco. Isaac Puente (1896-1936)” di Jose Daniel Reboredo Olivenza (ed. P&A); due libri di Manuel Chiapuso “Los anarquistas y la guerra en Euskadi. La Comuna de San Sebastian” e “El Gobierno Vasco y los Anarquistas” (Editorial Txertoa). Non mancano alcuni classici di Antonio Tellez sugli anarchici catalani Sabaté e Facerias (pubblicati anche in Italia da “La Fiaccola” nel 1972 e nel 1984). Colgo l’occasione per ricordare che il breve saggio di J. Hobsbawm (“I requisitori”, in “I banditi”, Piccola Biblioteca Einaudi n.153) non è altro che un riassunto del libro di Tellez su Sabaté, integrato con qualche commento (per lo più di cattivo gusto) del noto cattedratico marxista inglese.
    Scopro anche una biografia di Maurius Jacob, l’anarchico espropriatore a cui si ispirò Maurice Leblanc, il creatore di Arsenio Lupin (e indirettamente anche Monkey Punch, il fumettaro giapponese ben noto a E. come autore di Lupin III): “Jacob, recuerdos de un rebelde” edizioni Txalaparta, la casa editrice che prende il nome dall’omonimo strumento tradizionale basco.
    E con questo chiudo la parentesi anarco-bibliografica.

    Un inizio emblematico
    Dopo una doverosa contemplazione dell’Atlantico ci incamminiamo per la prima ricognizione nella città vecchia. I ricordi riaffiorano a ondate: “Qui nell’86 c’era una barricata; ecco, qui invece e dove, mentre cercavo di fotografare le cariche, mi hanno sparato qualche lacrimogeno (ad altezza di fotografo); qui hanno incendiato un autobus… finché E. sbuffa e mi chiede di risparmiargli il seguito, “almeno per oggi”. Per la sera davanti al municipio è previsto un comizio della sinistra indipendentista a favore dei prigionieri politici (“euskal presoak euskal herrira!). Arriviamo verso la fine, proprio quando dalla folla escono alcuni ragazzi con il cappuccio della felpa tirato su e il volto coperto dalla bandana. In pochi attimi srotolano una bandiera spagnola (rossa e gialla, quella monarchica e franchista) e la bruciano tra gli applausi di centinaia di persone. Un inizio emblematico.
    In una viuzza ritrovo una scritta (evidentemente sfuggita all’opera sistematica di pulizia muraria) che ricorda la polemica di qualche anno fa sui nastri “azul”. Nel 1995 erano diventati il segno più evidente di lacerazione e contrapposizione tra gli stessi cittadini baschi. All’epoca l’ETA (Euskadi Ta Askatasuna) aveva sequestrato un industriale richiedendo alla famiglia un riscatto. Il fatto aveva provocato l’indignazione di una parte della popolazione, anche tra coloro che si sentono “euskaldun”, baschi. Nel contempo, forse non del tutto casualmente, era esplosa una campagna di stampa tesa a dimostrare che la crisi economica di Euskadi, con relativo “paro” di massa, era dovuta ai metodi adottati da ETA per autofinanziarsi: “tassa rivoluzionaria” e sequestri ai danni degli industriali.
    L’ipotesi era poi stata ridimensionata anche da illustri economisti dato che la crisi industriale di tutta la costa (non solo Euskadi, ma anche le Asturie, la Galizia…) sarebbe strutturale, in gran parte dovuta agli accordi CEE. È cosa nota che per entrare nell’Unità Europea, la Spagna ha dovuto pagare un prezzo salato: lo smantellamento dei cantieri navali e la chiusura di molte fonderie. Nel Paese Basco in particolare si è poi assistito ad un vero e proprio accanimento, quasi punitivo nei confronti della costante insubordinazione popolare, sia da parte di Gonzales che di Aznar.
    Nel 1995, mentre il sequestro era ancora in corso, gruppi di cittadini baschi con un nastro azzurro attaccato al bavero, cominciarono a riunirsi nelle piazze per chiedere l’immediato rilascio dell’industriale ed esprimere viva contrarietà all’operato di ETA.
    Spesso si accendevano vivaci discussioni con i gruppi di sostegno ai prigionieri politici come Senideak (associazione dei familiari dei prigionieri politici), Gestoras pro amnistia, Jarrai (associazione dei giovani indipendentisti di sinistra, antropologicamente imparentati con i nostri autonomi)…tutte organizzazioni finite poi nel mirino del giudice Baltazar Garzon che le considera fiancheggiatrici del terrorismo. Particolarmente complesse le traversie del movimento Jarrai (“Continuare”) ripetutamente sciolto e rifondato, prima come “Haika” (“Rimettere in piedi”) e poi come “Segi” (“Continua”).
    Fino ad un certo punto le due fazioni si erano limitate agli scontri verbali, ma le cose cominciarono a degenerare quando (nel marzo del 1995) i resti di due cadaveri “immagazzinati” da anni in un deposito di Alicante, vennero identificati come quelli di Josè Ignacio Zabala (“Joxi”) e Josè Antonio Lasa (“Joxean”). Lasa e Zabala erano due rifugiati baschi sequestrati il 16 ottobre del 1983 da una squadra della morte (i parastatali del G.A.L.) in Iparralde (Euskadi Nord, Paese basco francese). Un’inchiesta ha poi accertato che i due vennero trasportati ad Alicante, tenuti segregati in una caserma della Guardia Civil, torturati ripetutamente per mesi, assassinati e poi scaraventati in una fossa di calce viva per far sparire ogni traccia, impronte digitali comprese. Basti dire che tutte le unghie erano state strappate, meno una. Come aveva dichiarato un comunicato del GAL e come ha confermato una Guardia Civil “pentita” i due chiesero di poter vedere un prete prima di morire ma anche questo gli venne negato “perché non se lo meritavano”.

    Cresceva l’indignazione
    Va ricordato che casi del genere, esempi drammatici della “guerra sporca” in atto da anni nel Paese Basco, sono tutt’altro che rari. Nel 1993 venne sequestrato da un misterioso commando (pare composto da uomini dell’Ertzaintza, la polizia autonoma basca) Xabier Kalparsoro, “Anuk”, ritenuto un etarra (militante di ETA). Venne segregato in una località sconosciuta sui monti di Laudio (Alava), torturato e ripetutamente sottoposto a iniezioni di pentotal (come ha rivelato l’autopsia) per poterlo manipolare e usare come inconsapevole elemento provocatore.
    A distanza di un mese Anuk riapparve cadavere nel cortile di un commissariato di Bilbao dopo essere precipitato da una finestra. Più recentemente è stato confermato che l’autopsia fatta a suo tempo sul cadavere di Mikel Zabalza (arrestato dalla polizia durante un rastrellamento e poi ritrovato, con le mani ammanettate, dentro un fiume) aveva confermato che Mikel non era morto per annegamento dopo essere sfuggito alla Guardia Civil (come avevano sempre sostenuto polizia e stampa) ma a causa delle torture subite.
    Man mano che le notizie sulla morte atroce di Lasa e Zabala si diffondevano, cresceva l’indignazione e scoppiavano discussioni (a questo punto non soltanto verbali) tra gli “abertzale” (sinistra indipendentista) e i portatori del laccio azul. Qualcuno, non del tutto a sproposito, parlò di una “mobilitazione reazionaria delle masse” da manuale.
    Oggi cerco di parlarne con la bella signora dall’aria intellettuale che, a distanza di anni, ostenta ancora quel simbolo mentre osserva le vetrine nei dintorni Piazza Costi (Costituzione). Niente da fare; glissa e vengo trascinato invece in una discussione su Calvino, Pavese e Bevilacqua, argomenti su cui, con mia vergogna, la signora (amica personale dello scrittore-filosofo Savater) si dimostra molto più ferrata del sottoscritto. Mentre rimedio una brutta figura, E. si è infilato in una libreria dove legge a scrocco qualche storia di Corto Maltese e di Tintin in castigliano.
    Per la cronaca va ricordato che la situazione degenerò completamente nel 1997, quando l’ETA sequestrò e assassinò Blanco, consigliere comunale del partito di Aznar. A quel punto alcuni esponenti di Herri Batasuna (Unità Popolare, divenuta in seguito Euskal Herritarok e poi Batasuna) dovettero momentaneamente lasciare le loro abitazioni dato che in giro si respirava aria da linciaggio.

    Alla ricerca del murale perduto
    Passiamo un paio di giorni esplorando i quartieri popolari di Donosti alla ricerca di murales che qui ricordavo numerosi e “fotogenici”. Scopro con disappunto che la politica del decoro urbano a tutti i costi del PNV (Partito Nazionalista Basco) ha fatto pulizia totale, con grave danno per la memoria storica. Quasi quotidianamente vengono cancellate anche le scritte che comunque riappaiono spesso la mattina seguente. Dato che la maggior parte sono in basco, mi decido a procurarmi un dizionario. Resto a lungo incerto tra il “Gaztelania-Euskera Euskera-Gaztelania Hiztegia” di J. L. Arringa pubblicato da Mensajero e “Elhuyar argitalpen berritua, hiztegi txikia”. Nel dubbio, alla fine prenderò entrambi.
    Ribadisco comunque che la cancellazione dei policromi murales rappresenta una perdita irreparabile: bene o male erano espressione di una variopinta creatività popolare ed esprimevano una forma di riappropriazione, sia spaziale che culturale.
    Per consolarci ci dedichiamo ai libri delle numerose bancarelle dove non mancano i piccoli editori militanti come Ediciones Vanguardia Obrera di cui acquisto un volume sulla storia del FRAP (Frente Revolucionario Antifascista y Patriota) e le fucilazioni del 27 settembre 1975, le ultime ordinate da Franco quando ormai stava già con un piede nella fossa. Da parte sua E. ne approfitta per completare la sua collezione delle opere di Carlos Gimenez: Espana Una, Espana Grande, Espana Libre, Hom, Paracuelos…oltre al mitico “Barrio”.
    Improvvisamente dal fondo del viale, insieme al familiare rimbombare degli slogan, udiamo alzarsi i lamenti profondi dei corni.
    Il gruppo che avanza con tanto clamore è scortato da vari reparti dell’Ertzaintza in tenuta antisommossa, con scudi, caschi, visiere, fucili per sparare lacrimogeni e proiettili di gomma. Sotto ai caschi i poliziotti portano il passamontagna. La manifestazione, alquanto pittoresca, appare nel complesso pacifica, sottolineando la sproporzionata presenza della polizia. Sono i soliti ambientalisti che protestano contro la costruzione della diga che provocherebbe l’allagamento di una valle incontaminata tra i monti. Molti manifestanti hanno il volto dipinto di verde, sono avvolti in tralci di vite, edere, ciuffi di erba, paglia e portano strani copricapo tradizionali, evocando mitici abitanti primordiali dei boschi. Alcuni camminano sui trampoli, altri sono ricoperti da enormi pupazzi che rappresentano i protagonisti di antichissimi cicli mitologici. Molti soffiano con forza nei corni traendone lunghi e profondi suoni ancestrali. Il tutto ha un sapore vagamente barbarico, protostorico, ma nel contempo anche familiare come di ricordi che improvvisamente riemergono dall’inconscio collettivo. Immancabile la presenza dell’Ikurrina, la bandiera basca. Tra gli slogan in euskera riconosco, scandite ripetutamente le parole EZ (no) e BAI (si). Giunti in una piazzetta dominata da un antico palazzo, vari esponenti dei gruppi ambientalisti e dei comitati sorti contro il progetto si alternano al microfono, alcuni in euskara, altri in castigliano. Tra un intervento e l’altro vengono cantati in coro vari inni di lotta tradizionali.

    Sciopero della fame alla cattedrale
    Per alcuni giorni di seguito incrociamo i familiari dei prigionieri che con i loro cartelli stazionano davanti e intorno alla cattedrale del Buon Pastore per uno sciopero della fame a staffetta che dura ormai da diversi mesi e che non sembra ancora destinato ad interrompersi. Sul sagrato della chiesa è stata appesa una enorme pankarta con il ritratto di tutti i prigionieri politici baschi (circa 500) attualmente dispersi in varie prigioni spagnole (definite dai manifestanti “di sterminio” per l’alto numero di decessi), alcuni perfino alle Canarie. Altri striscioni appesi lungo le strade circostanti richiedono il loro avvicinamento, in modo che le famiglie possano visitarli con regolarità.
    Mi fermo a parlare con gli “huelguistas de hambre”, prendo appunti, chiedo di poter scattare qualche foto. Vengo invitato a visitare il loro “quartier generale” dove ormai da mesi gruppi di una quindicina di persone si alternano settimanalmente in sciopero della fame. Alcune stanze sotto la chiesa sono state trasformate in dormitorio e sala riunioni. Dietro un lungo tavolo coperto di microfoni (dove si svolgono le conferenze stampa) sono appesi centinaia di telegrammi e lettere di solidarietà. Ai muri foto dei prigionieri e manifesti di Senideak. Quella di mettere a disposizione dei manifestanti, soprattutto dei familiari dei prigionieri, i locali di chiese e conventi è una consolidata tradizione del Paese basco.
    Anche durante le manifestazioni, come ho potuto verificare varie volte nel corso degli anni, capita che gruppi di persone inseguite dalla Policia Nacional vi trovino rifugio. Di solito, ma naturalmente non mancano le eccezioni, la polizia in chiesa non entra. Nell’agosto del 1986 fu proprio davanti al Buon Pastore che alcuni esponenti della Policia Nacional, appena scesi da un furgone ed evidentemente alquanto suscettibili, spararono i loro lacrimogeni direttamente addosso al sottoscritto (almeno due mi sfiorarono, un terzo mi arrivò tra i piedi) che si era permesso di scattare qualche fotografia. Insieme alla piccola folla radunata sul sagrato corsi immediatamente dentro alla chiesa. Qui venni energicamente redarguito per aver fatto correre dei rischi a quelle persone, anche se del tutto involontariamente. È ben noto infatti che un candelotto sparato ad altezza d’uomo può essere molto pericoloso.
    Al termine della visita vengo invitato dagli huelguistas a partecipare, il sabato successivo, alla cerimonia con cui verranno passate le consegne ad un altro gruppo.

    Los “momotxorros”
    Il nuovo gruppo (il trentesimo) che per una settimana starà in sciopero della fame è costituito da una quindicina di andalusi. Intendono ricambiare la solidarietà dimostrata tanto spesso dai baschi nei confronti delle lotte sociali (soprattutto quelle dei braccianti) in Andalusia. Il gruppo si presenta con queste parole: “Un abrazo solidario desde Andalucia a todos vosotros, a un pueblo, el pueblo vasco, que sabe expresar como ninguno la solidaridad para con otros pueblos en lucha”. L’iniziativa si svolge sempre sul sagrato della chiesa, davanti a centinaia di persone di ogni età. La manifestazione era stata introdotta dal suono ancestrale della txalaparta, antico strumento tradizionale basco diventato ormai un simbolo di identità, suonato da alcuni giovanissimi. Accompagnati da una fisarmonica, alcuni huelguistas avevano quindi intonato “KALERA BORROKALARI!”, un canto di lotta che invita a scendere nelle strade, immediatamente seguiti dal coro della folla. Subito dopo tre giovani in abito tradizionale eseguono una antica danza.
    Alla fine i due gruppi si schierano l’uno di fronte all’altro e avviene lo scambio delle consegne. Ogni nuovo huelguistas riceve dal suo predecessore il fazzoletto da portare al collo e una bottiglia di acqua. Passa al nuovo gruppo anche una lampada ad olio, simbolo di Senideak (è quella raffigurata in Guernika di Picasso). Infine vengono consegnate anche un’ikurrina e una Gwenn ha Du (bianca e nera, la bandiera bretone). Infatti uno dei militanti che hanno concluso lo sciopero della fame è un esponente di Emgann (“Lotta” in bretone), venuto per ricordare i numerosi bretoni in galera per aver ospitato rifugiati baschi.
    Con le bottiglie di plastica vuote utilizzate nel corso della settimana di sciopero, i militanti avevano costruito una sorta di cella o gabbia. Improvvisamente da dietro alla chiesa, urlando e agitando dei forconi in legno, balzano fuori tre “momotxorros”, mitici personaggi del folclore basco. Ricoperti da una specie di pelliccia, il volto da maschere con le corna e provvisti di una eterogenea serie di campanacci appesi alla cintola, in passato avevano la funzione di scacciare i malefici. Ma evidentemente si sono adeguati alle circostanze e distruggono a calci e bastonate la simbolica cella in bottiglie di plastica (che poi saranno diligentemente raccolte e infilate nell’apposito contenitore). Alla fine, dopo una settimana di digiuno, gli huelguistas si concedono il primo cibo, una zuppa vegetale calda e nutriente. Viene versata nei bicchieri e la manifestazione si conclude con un brindisi in piedi, tra saluti e abbracci…
    Trascorriamo una domenica inerpicandoci sugli scogli nei dintorni del Peine de los Vientos, famosa opera di scultura in ferro posta di fronte all’Oceano (realizzata nel 1977 dallo scultore Eduardo Chillida e dall’architetto Luis Pena Ganchegui) che ha affascinato E. Alla sera, prima di rientrare, ci ascoltiamo una messa in euskara in una chiesa gotica vicino al porto. Anche stavolta riaffiorano ricordi: in occasione di una “Salve” (festa tradizionale) di qualche anno fa, all’epoca delle prime estradizioni di massa dei rifugiati dalla Francia, la stessa chiesa era letteralmente circondata dalla polizia autonoma (Ertzaintza) che, con gli scudi, proteggeva i notabili, per lo più esponenti del PSOE e del PNV, dal lancio di monetine di una folla piuttosto incavolata. Appena sul lungomare si formò il corteo non autorizzato degli abertzale, entrò in scena la Policia Nacional che caricò la folla sparando lacrimogeni, proiettili di gomma e, ricordo bene, anche qualche colpo di “fuego real”. Poi gli scontri (la solita kalle borroka) si protrassero fino a tarda notte.

    A colloquio con Eva Forest
    Ma più che ai miei racconti da reduce E. appare interessato a librerie ed affini. Quando, dopo l’ennesimo sopraluogo a Bilintx, torniamo alle bancherelle della “feira” del libro di Donosti mi sembra di riconoscere, dietro lo stand delle edizioni IRU, la nota scrittrice Eva Forest. Come qualche vecchio militante ricorderà, il caso di Eva Forest, moglie del drammaturgo Alfonso Sastre, divenne un vero “affaire” internazionale. Arbitrariamente arrestata dalla polizia franchista nel 1974, in un periodo di recrudescenza della repressione, Eva venne ripetutamente torturata (leggersi “Diario y cartas desde la carcel”) e rimessa in libertà solo nel 1977.
    Ci presentiamo e la scrittrice ci parla della sua attività di editrice in quel di Hondarribia. Il suo pluridecennale impegno in difesa dei Diritti Umani non le ha impedito di scrivere e pubblicare opere di narrativa, per es. “No son cuentos” dove l’apparente banalità del quotidiano appare attraversata da segni inquietanti e premonitori. Notevole anche la sua attività di traduttrice, anche di autori italiani. Tra l’altro ha tradotto, sia in castigliano che in euskara, diverse opere di Dario Fo ( tra cui “Morte accidentale di un anarchico”) e di Pasolini.
    Eva ci racconta di quando è tornata in Italia per ritirare il premio vinto dal marito (Premio Feronia a Fiano) rivedendo per l’occasione la sua vecchia amica Rossana Rossanda che ha fatto pubblicare dalle edizioni del Manifesto “Operazione Ogro”, il suo libro più famoso. È la drammatica storia dell’attentato, opera dell’ETA, contro l’ammiraglio Carrero Blanco, delfino designato del caudillo. Le ricordo che con lo stesso titolo Gillo Pontecorvo realizzò un film, ispirato dal libro ma molto critico sull’operato di ETA dopo la fine del franchismo. In proposito Eva ricorda un aspro litigio con il noto regista per aver, secondo lei, travisato il significato della secolare lotta per l’autodeterminazione del popolo basco, azzerandola sul terrorismo.
    La conversazione prosegue al bar davanti al solito cappuccino (E. opta per un gelato) e scopro che Eva Forest non è basca ma catalana. Il padre, un vecchio anarchico autodidatta, non l’aveva mai mandata a scuola e si era occupato personalmente della sua educazione, con ottimi risultati evidentemente. La matrice libertaria di Eva rispunta parlando del movimento basco, alquanto composito e talvolta forse contraddittorio (vi convivono obiettori totali e seguaci della lotta armata, oltre a femministe, ecologisti, punks…) ma di cui Eva apprezza lo spirito di autorganizzazione e “una concezione orizzontale del potere”. Alla fine ci regala alcuni suoi libri con relativa dedica e disegnino (Eva illustra abitualmente le copertine delle edizioni IRU) che E., aspirante fumettaro, ricambia disegnando alcuni dei suoi personaggi.

    E quelli di Askatasuna?
    Verso sera ritorniamo di fronte al Buon Pastore dove abbiamo appuntamento con Takolo, negli anni ottanta responsabile dell’ufficio esteri di Herri Batasuna (Kampoko Harremanetarako Batzordea).
    Gli chiedo che fine abbia fatto un gruppo di ispirazione libertaria di cui si parlava negli anni settanta, denominato ASKATASUNA (Libertà). Naturalmente non esiste più da tempo ma ricorda che alcuni militanti si erano poi integrati in Herri Batasuna (ovviamente da non confondere con l’associazione di sostegno ai prigionieri politici Askatasuna, erede delle Gestoras pro Amnista, entrambe poi incriminate nda).
    Visto il mio interesse per le componenti libertarie il buon Takolo, vecchio marxista impenitente e militante del disciolto partito socialista-rivoluzionario H.A.S.I. (Herrico Alderdi Socialista Iraultzailea), ci accompagna fino ad un vicino incrocio dominato dalla severa mole di un palazzo in pietra scura (attualmente utilizzato come scuola). Sui muri sono ancora visibilissimi i segni lasciati da numerosi colpi di arma da fuoco. Qui, spiega Takolo, avvennero i primi scontri tra le truppe golpiste, appena uscite dalle caserme e l’immediata resistenza popolare. Questa era organizzata dagli anarchici che si erano procurati le armi attaccando una gendarmeria di Loiola. Tra loro un giovanissimo Felix Likiniano, in seguito prolifico scultore oltre che ideatore del “Bietan Jarrai”, il simbolo di ETA (L’ascia con il serpente).
    Quel giorno del 1936 venne eretta una barricata che impedì ai militari franchisti di impadronirsi della città. I rinforzi, soprattutto militanti socialisti, arrivarono soltanto dopo molte ore, quando ormai almeno una cinquantina di anarchici erano già caduti combattendo. Commento di Takolo: “Tipico dei socialisti del PSOE”. Alla fine comunque i fascisti vennero sbaragliati.

    Un uomo chiamato “El Txiki”
    Finiva malinconicamente l’estate del ’75. L’anno prima avevamo manifestato invano decine di volte davanti ad ambasciate e consolati spagnoli per fermare la condanna a morte decretata da Franco contro Salvador Puigh Antich,”Metge”, un anarchico catalano del M.I.L. Nemmeno l’appello di Paolo VI servì a far desistere il dittatore e S.P.Antich, con la sua faccia da ragazzino travolto da un destino più grande di lui, divenne insieme all’apolide di origine polacca Heinz Chez* l’ultima vittima dell’infame garrote (2 marzo 1974). Ora la storia stava per ripetersi come un tragico copione già scritto, alimentando quel senso di impotenza che tanti di noi erano destinati a riprovare in svariate occasioni: dalla morte annunciata di Bobby Sands all’impiccagione, prima rinviata poi riconfermata, di Benjamin Moloise; da Edoardo Massari a Barry Horne…
    In quel settembre del ’75 niente ormai poteva fermare l’esecuzione di Juan Paredes Manot “Yon”, militante di ETA, destinato a diventare il CHE Guevara dei baschi, soprannominato el Txiki (piccolo, in basco) per la sua statura e il suo aspetto esile. Inutili gli innumerevoli appelli e le manifestazioni che si svolgevano in ogni angolo del pianeta, dall’Europa al Sudamerica.
    Nello stesso giorno vennero fucilati un altro etarra basco, Otaegi, e tre militanti del F.R.A.P. (Frente Revolucionario Antifascista Y Patriota”): Baena, Sanchez Bravo e Garcia Sanz.
    Unica “concessione” di Franco fu di non sottoporli alla morte, dolorosissima e infame, per garrote ma appunto di farli fucilare. La cosa venne presentata come una risposta “umanitaria” del cattolicissimo Franco ai nuovi appelli del papa. Quello stesso giorno, il 27 settembre 1975, promisi a me stesso che prima o poi avrei portato un fiore e un saluto sulla tomba del Txiki.
    Sapevo che era stato catturato nei pressi di Barcellona e che la fucilazione era stata eseguita davanti al cimitero di un paesino non lontano dalla metropoli catalana. Solo nel 1987, durante un viaggio in bicicletta nei Paisos Catalans, venni finalmente a conoscenza del nome della località: Sardanyola, a circa 20 km. da Barcellona. Avevo avuto l’opportunità di parlarne con Marc Palmes, l’avvocato catalano che insieme a Magda Oranich difese il Txiki.

    Condanna già emessa
    “Il processo – mi spiegò Palmes – era cominciato il 19 settembre e una settimana dopo Juan veniva già fucilato. Come quello contro Puigh Antich anche questo processo si svolse nella Sala d’atti del Governo Militare di Barcellona, presidiata da polizia e esercito. Inutile dire che non ci venne lasciato neanche il tempo di prepararci adeguatamente: del resto la sentenza era già stata decisa…”
    L’accusa sosteneva che Juan Paredes Manot era uno dei componenti del commando che il 16 giugno 1975 aveva assaltato a Barcellona una filiale del banco di Santander; nel corso della rapina era rimasto ucciso un caporale della “Policia armada”.
    Continuava Palmes: “Txiki rivendicò la sua appartenenza a ETA ma, per quanto riguardava la rapina, sostenne sempre di essersi trovato in quel momento a Perpignan, in Francia. I testimoni apparvero quantomeno reticenti, condizionati o manipolati. Molti caddero in pesanti contraddizioni con le deposizioni rese in un primo tempo. Nuovi sedicenti ‘testimoni’ (in realtà poliziotti in borghese, come venne poi accertato) che non erano mai stati nemmeno nominati in istruttoria apparvero a deporre in aula.
    Il PM, come previsto, richiese la pena di morte tramite garrotamento (poi mutata in fucilazione) per il giovanissimo militante di ETA”.
    Come dichiarò l’imputato e come sostenne Palmes nell’arringa, la prima deposizione era stata estorta con la tortura. L’avvocato denunciò anche la mancata trascrizione agli atti di alcune dichiarazioni del Txiki, oltre a numerose altre irregolarità quali l’omissione di prove a favore durante l’istruttoria e il processo. Per esempio non erano state eseguite né l’autopsia, né la perizia balistica e non erano state rilevate le impronte digitali. “D’altra parte – ribadiva Palmes – la condanna era già stata emessa molto prima della sentenza”.
    Txiki venne condotto sul luogo dell’esecuzione in un furgone scortato da centinaia di poliziotti. L’avvocato, al quale fu concesso di assistere alla fucilazione, non potrà mai dimenticare gli ultimi momenti della breve vita di “Yon”. Prima di venir legato (ma forse sarebbe meglio dire appeso) ad un albero, il giovane etarra gli consegnò un biglietto scritto a mano:

    “Manana cuando yo muere,
    no me vengais a llorar
    nunca estarè bajo tierra,
    soy viento de libertad”.

    Qualche segno, qualche traccia
    Durante tutto il macabro rituale si comportò con dignità e coraggio. Prima della scarica di fucileria trovò la forza per urlare: “IRAULTZA ALA HILL! GORA EUSKADI ASKATUTA!” (Rivoluzione o morte, viva Euskadi libera). Cominciò quindi a cantare EUSKO GUDARIAK, l’inno dei “gudaris”, i combattenti baschi antifranchisti durante la guerra civile. Ed è a questo punto che il giovane basco entra di diritto nella leggenda. Sembra che prima del colpo di grazia alcuni componenti del plotone di esecuzione (composto da volontari) abbiano praticato una sorta di tiro a segno su quel corpo crocefisso ancora vivo. Non era passata che qualche ora quando ETA emise un lapidario comunicato: “Di fronte a questi assassini abbiamo una sola strada: combattere per la nostra liberazione nazionale e di classe usando le stesse armi del nemico. Ripetiamo: le stesse armi.”
    Nel 1987 avevo affrontato in bici le inquinatissime plaghe del Valles districandomi tra autopistas, fabbriche chimiche, greggi erranti e traffico demenziale. Osservo per inciso che all’epoca potevo ancora fare dei confronti con la campagna veneta, non ancora completamente devastata dalla miriade di capannoni e piccole industrie altamente inquinanti. Attualmente non saprei dire chi se la passa peggio.
    Già allora speravo di ritrovare qualche segno, qualche traccia della nostra storia (quella rimossa e falsificata dalle accademie e dai media di stato), oltre quei fiumi divenuti fogne a cielo aperto e quelle aride distese disseminate di aziende a capitale giapponese dove si innalzavano allucinanti monoliti di argilla prodotti dall’erosione di terreni sfruttati e desertificati. Cerdanyola sorge poco lontano dal più conosciuto San Cugat, famoso per il suo chiostro romanico dai capitelli scolpiti con figure di animali in rapporto simbolico con le varie note musicali: un canto gregoriano, dedicato al santo patrono del paese, zoomorfo e inciso nella pietra.
    Lungo le strade e le piazze (una è dedicata a Ernesto Guevara de la Serna) di Cerdanyola stazionavano, seduti sui muretti, folti gruppi di giovani disoccupati e anziani lavoratori.
    Molti di questi ultimi avevano fatto parte delle consistenti ondate migratorie degli anni cinquanta e sessanta dalla Murcia e dall’Estremadura, seguite in anni più recenti da quelle dell’Andalusia.
    Quasi tutti si ricordavano del giovane etarra basco fucilato in quel lontano mattino di settembre. Per alcuni anni era rimasto sepolto nel cimitero del paese, poi, come mi raccontarono, “i baschi erano venuti a riprenderselo”.
    Dalla spianata posta davanti al muro (di un bianco accecante) del cimitero si potevano vedere i residui pini della “Floresta”, ormai degradata da incendi, speculazioni e piogge acide. Quella volta avevo creduto di aver individuato la pianta a cui era stato legato Txiki; invece Mikel, suo fratello, mi ha spiegato che con una ruspa hanno tolto anche quella residua testimonianza.
    L’albero come simbolo ancestrale, elemento integratore delle diverse fasi e “stagioni” della vita è ricorrente sia nella cultura tradizionale basca che in quella catalana, spesso legato alla storia delle lotte per l’autodeterminazione. Basti pensare ai gelsi (ormai vivi soltanto nella memoria collettiva) del “Fossar de les moreres” dove vennero sepolte le donne cadute combattendo durante l’assedio di Barcellona nel 1714 e onorate l’11 settembre nella Diada; al “Pi de les tre brancas” (che simboleggia l’unità dei paesi catalani); all’Albero di Guernica…
    Anche vicino alla tomba del Txiki, come avrò modo di vedere a conclusione della mia ricerca, cresce un albero sempreverde che Mikel ha piantato in onore del fratello.

    “Franco boia”
    Grazie a Takolo prendiamo appuntamento con Mikel (che arriva in vespa) davanti alla stazione di Zarautz. Il cimitero si trova sopra una collina, di fronte all’Oceano. Camminando tra le tombe Mikel ci indica quelle dei Gudaris caduti durante la guerra civile. Da parte mia lo informo che nei giorni immediatamente successivi alle cinque fucilazioni del settembre ’75, anche in Italia vi furono manifestazioni di protesta, compreso qualche assalto a consolati e ambasciate spagnoli. A Venezia in particolare resistono ancora alcune scritte in catramina in memoria di Txiki, di Otaegi e di quelli del FRAP; oltre naturalmente all’immancabile FRANCO BOIA. Gli racconto anche di aver cercato la tomba di suo fratello in Catalunya ma di essere arrivato troppo tardi. Intanto penso che dalle lontane manifestazioni del 75, al viaggio da ciclista in Catalunya dell’87 fino ad oggi in qualche modo, di tanto in tanto, la figura del Txiki si è sovrapposta alla mia vita, quanto basta per non dimenticarlo. Takolo chiede a Mikel come mai lui e suo fratello, figli di immigrati dell’Estremadura, si fossero integrati in modo tanto radicale nel movimento basco di liberazione. Risponde che la cosa era stata del tutto spontanea dato che tutti i loro amici e coetanei, durante il franchismo, in qualche modo collaboravano con ETA. In proposito Takolo si rammarica che negli anni passati Herri Batasuna (divenuta nel frattempo Euskal Herritarok e poi Batasuna) non si sia sempre adeguatamente impegnata nelle lotte comuni (sociali, ambientali, antimilitariste…) con i lavoratori immigrati, coerentemente con il principio per cui “chiunque sia costretto a vendere la sua forza lavoro in Euskal Herria ha diritto di considerarsi a pieno titolo parte integrante del popolo basco”. Da parte sua Mikel (che ha appena comprato un’enciclopedia in basco per il figlio) dichiara di sentirsi sia basco che extremeno.
    La tomba del Txiki è stata realizzata dallo scultore J. Zumata di Usurbil, noto anche come eccellente pittore di murales e ricorda i caratteristici monumenti funebri degli antichi abitanti di Euskal Herria. Accanto all’Ikurrina, i versi scolpiti dal poeta basco Joxean Artze. Mikel ci racconta che ancora adesso l’anziano poeta quando visita la tomba del Txiki si commuove e piange. Tenuta ferma con alcune pietre (il vento soffia forte qui sulla collina in faccia all’Atlantico) c’è una bandiera catalana. È l’omaggio di un anonimo compagno che ha lasciato un messaggio: “Txiki, anche dopo tanti anni i catalani continuano a ricordarti. Visca Catalunya Lliure! Gora Euskadi Askatuta!”.
    Il sole picchia forte e di tanto in tanto un colpo di vento fa ondeggiare le cime dei cipressi. Con E., Mikel e Takolo prendiamo commiato da Txiki. Dalla foto della lapide ci risponde lo sguardo sorridente, leggermente ironico, di un ragazzo che era mio coetaneo e che non invecchierà mai, non tradirà mai, non si venderà mai…piccolo, eterno custode della coerenza, del coraggio e della dignità umana; lo stesso volto apparso sui giornali del settembre ’75 e poi riprodotto sugli striscioni delle manifestazioni. Accanto, inciso nella pietra, l’estremo messaggio: …SOY VIENTO DE LIBERTAD.
    Per sempre.
    Gianni Sartori   

     * nota: in realtà, ma lo si è scoperto solo recentemente, veniva dalla Germania dell’EST e anche il nome non era quello autentico.

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