Roma: Mano libera alle fecce fasciste

Il Soviet si scusa per aver disertato il blog, ma cause di forza maggiore hanno impedito le comunicazioni. Nonostante ciò molto gravi sono le continue vicende che la situazione italiana, romana in particolare, ci presenta.

Dopo le devastazioni al circolo ARCI Mieli in aprile, e nelle ultime due settimane: l’aggressione a Christian Floris, conduttore di DeeGay, i raid razzisti contro i negozi di stranieri al Pigneto, quest’oggi è avvenuta l’ennesima, impunita aggressione neofascista a Roma.

Più precisamente all’Università La Sapienza contro ragazzi del Collettivo di Sinistra che avevano la colpa di attaccare volantini.

Secondo la cronaca, questi vigliacchi sono scesi da autovetture armati di spranghe, catene e cinghie uncinate attaccando in 20 una decina di ragazzi del Collettivo.

Ad appena un mese dalle amministrative a Roma, e poco più dalle legislative, la strategia sembra chiara. Con un governo revisionista alle spalle, che non fa passar giorno senza ricordare che: “l’antifascismo è oramai cosa vecchia e passata”, e con una complice “opposizione” ombra che condanna con tanti se e tanti ma; queste merde fasciste credono di essere ritornate al ventennio e di godere di piena impunità per i loro atti di codardia.

Le forze dell’ordine, riferendosi ai raid razzisti di Pigneto, le aggressioni omofobe ed in ultimo al pestaggio a La Sapienza dichiarano: “non esiste una matrice politica per questi atti… si tratta solo di persone esaltate, ignoranti ed intolleranti esasperate da una pregressa situazione di insicurezza”. Il fatto che abbiano celtiche tatuate addosso non significa nulla… d’altronde anche il sindaco alemanno ha una catenina con annessa celtica… così… tanto per ricordare i vecchi tempi.

Sarà… ma il Soviet questo tipo di spazzatura umana li chiama fascisti.

*leggi il disclaimer nella colonna destra della home prima di lasciare commenti

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6 Risposte to “Roma: Mano libera alle fecce fasciste”

  1. Grazie per aver scritto anche di questo..ho già commentato, in merito ai fatti accaduti oggi, in un altro post.
    Inizio ad aver paura di girare per Roma a qualsiasi ora del giorno e della notte, paura anche di andare in facoltà o di andare a mensa e rivedere i postumi di quanto successo in mattinata…e continuo a chiedermi..emergenza ROM??????

  2. ……hanno fatto bene, bisogna spazzar via la merda antifascista dall’Italia. Sono stati anche gentili….. li dovevano ammazzare, io vorrei potervi ammazzare mille volte e poi farvi resuscitare per ammazzarvi ancora….e ancora e ancora!!! Siete la vergogna d’Italia, COMUNISTI A MEZZO SERVIZIO.

  3. Ciao Ralf Malf,
    come mai tanto odio dentro, un prete pedofilo ti ha molestato da piccino?
    Ma no che dico… voi fascisti siete tutti affetti da frustrazione cronica.
    Per intanto guarda il link sotto, destino finale di tutti voi rigurgiti fascisti

    ciao servo

  4. Gianni Sartori Says:

    Mea culpa.
    Scopro solo ora che il sito “lesenfantsterribles” che si occupa della resistenza repubblicana irlandese e a cui avevo inviato vari commenti è opera di un certo Andrea Varacalli (autosoprannominato “ASKA”) autore di un’infame intervista con Valerio Fioravanti (personaggio che non avrebbe sfigurato tra gli squadristi della morte GAL e UVF, comunque sempre buono per la P2) dove si fanno accostamenti tra RAF e NAR.
    Da ex anarchico e consiliare (e quindi non certo indulgente con leninisti vari) affermo senza ombra di dubbio che il peggior esponente della RAF era comunque migliore del più ingenuo, sprovveduto e in “buona fede” (?) esponente dei NAR (comunque guardie bianche del kapitale).
    Temo poi che il soprannome “ASKA” stia per ASKATASUNA (LIBERTA’ in euskara)…ma si può?
    Che dire? Ma, cristo, non ci si può più fidare di nessuno?
    Ma andate al diavolo fascisti e “terceristi” vari!
    ORA E SEMPRE RESISTENZA!
    Gianni Sartori

  5. Gianni Sartori Says:

    ADDIO A THERESA, LA DONNA DEI SEI DI SHARPEVILLE
    (Gianni Sartori)

    Una brutta notizia: Theresa Machabane Ramashamole, la donna dei Sei di Sharpeville, non è più con noi. Ancora ragazza, aveva partecipato alla manifestazioni di Soweto – rimanendo ferita – contro l’insegnamento obbligatorio dell’afrikaans, la lingua dei coloni e colonialisti boeri. Il primo studente ammazzato dalla polizia si chiamava Hector Pieterson e la foto di lui moribondo in braccio al fratello che cerca di portarlo in salvo è ancora un simbolo. Era il 1976 e a quel tempo Theresa si era trasferita da una zia per poter studiare. Indirettamente aveva partecipato anche alla manifestazione di Sharpeville contro i pass, quella del 21 marzo 1960, tragicamente passata alla storia. Vi prese parte sua madre, incinta di lei di cinque mesi. Ufficialmente i morti (“colpiti alla schiena, mentre scappavano”) furono una settantina “ma tutti sanno che in realtà furono molti di più -raccontava.“Mia madre -proseguiva- era riuscita a fuggire anche se con il pancione correva più piano degli altri”. Teresa era nata quattro mesi dopo, già segnata dal destino.

    Una vita in cui conobbe sia la resistenza all’apartheid che il carcere e la tortura (botte, scariche elettriche…). E che stava per concludersi con una condanna a morte per impiccagione emessa il 15 marzo 1988. Insieme ad altri cinque compagni era stata arrestata nel settembre 1984 per una manifestazione contro il rincaro degli affitti nel corso della quale un nero collaborazionista, il console Dlamini, era stato ucciso. Contro di loro nessuna prova, ma servivano dei capri espiatori. All’epoca in Sudafrica i neri venivano ammazzati per molto meno.
    Inaspettatamente l’esecuzione venne sospesa la sera prima della data stabilita (18 marzo 1988), quando erano già stati “pesati e misurati ed era stata provata la corda attorno al collo”. Nuove prove erano emerse, grazie all’impegno instancabile del loro avvocato Prakash Diar e la pena venne commutata in venti anni.

    Alla fine, quando l’apartheid era ormai diventato improponibile di fronte all’opinione pubblica mondiale (o forse non garantiva più i sostanziosi profitti delle multinazionali) vennero liberati. Alla spicciolata, senza clamore. Duma e Oupa il 10 luglio 1991; Reid e Theresa il 13 dicembre sempre del 1991;Ja Ja e Fransis il 26 settembre del 1992.

    Le sofferenze patite in carcere avevano minato la salute di Theresa in maniera irreparabile. Tra l’altro a causa delle torture subite non aveva potuto avere figli. Ricordava che prima di svenire completamente, le sembrava di sognare un bambino. E quella fu “l’ultima volta che sognai un bambino”.
    Dopo la liberazione trovò lavoro come segretaria presso la sede dell’African National Congress di Vereeniging

    Anche la sua morte è stata in qualche modo uno strascico dell’apartheid. Così come quella di un altro dei sei, Duma Khumalo, torturato durante la detenzione e morto nel 2006 mentre teneva un conferenza a Cape Town. Con l’associazione Khulumani aveva contribuito moltissimo nel dare aiuto e sostegno alle tante persone travolte e distrutte dall’apartheid.

    Ora dei Sei di Sharpeville, passati loro malgrado alla Storia, solo due rimangono in vita: Reginald Ja Ja Sefatsa e Reid Malebo Mokoena, entrambi tornati alle loro vite di proletari, vite in parte naufragate anche a livello personale a causa della lunga detenzione.
    Oupa Moses Diniso era morto in un incidente nel 2005 mentre Fransis Don, il calciatore, era già deceduto per un infarto poco tempo dopo essere uscito di prigione. Tutti dicono che Kabelo, il nipotino che non ha potuto conoscere, gli somiglia moltissimo.

    Con la morte di Theresa (25 novembre), tornano fatalmente alla memoria i nomi delle innumerevoli vittime del regime dell’apartheid. Alcuni sono comunque passati alla Storia: Steve Biko (militante della SASO, morto sotto tortura), Victoria Mxenge (avvocato dell’UDF, uccisa da una squadra della morte), Joe Gquabi (oppositore, assassinato dai servizi segreti), Ruth First e Janette Curtis (entrambe uccise con un pacco-bomba dei servizi segreti di Pretoria), Benjamin Moloise (poeta, impiccato), Neil Aggett e Andreis Radtsela (sindacalisti, morti sotto tortura), Dulcie Septembre (esponete dell’ANC, uccisa in Francia dai servizi segreti). Ma per un gran numero di assassinati il rischio è di essere definitivamente dimenticati. Chi si ricorda ancora di Saoul Mkhize, Samson Maseako, Taflhedo Korotsoane, Elias Lengoasa, Sonny Boy Mokoena, Mvulane, Bhekie…?
    Per ognuno, una piccola storia di sofferenze e umiliazioni ancora da raccontare.
    Un commiato affettuoso anche per le tante persone conosciute all’epoca del maggiore impegno per “strappare le radici dell’ingiustizia” (come nella grande manifestazione all’Arena di Verona) e che nel frattempo ci hanno lasciato: Benny Nato, Beyers Naudé, Alberto Tridente, Edgardo Pellegrini, Luciano Ceretta… Un esempio per chi li ha conosciuti e per chi non ha avuto questo onore.
    A Theresa Machabane Ramashamole e a tutte le vittime dell’apartheid vada la nostra gratitudine. Così come quella odierna dei Curdi, anche la loro è stata una lotta per l’umanità.

    Gianni Sartori

  6. Gianni Sartori Says:

    CHI HA COMPAGNI NON MORIRA’

    IN MEMORIA DI GUIDO BERTACCO

    (Gianni Sartori)

    Ho rinviato a lungo prima di scrivere questo ricordo di Guido Bertacco scomparso già da alcuni mesi (marzo 2015). Aspettavo forse che qualche altro sopravvissuto del MAV (Movimento AnarchicoVicentino) prendesse l’iniziativa? Difficile, dato che ormai in giro non è rimasto nessuno o quasi, almeno per quanto riguarda la militanza. Oltre a Guido, nel corso degli anni se ne sono andati per sempre Anna Za, Laura Fornezza, Mario Seganfredo, Patrizia Grillo, Nico Natoli….E vorrei qui ricordare anche Giorgio Fortuna, sicuramente un libertario, presente fino alla fine alle iniziative contro il Dal Molin.
    Qualcuno che aveva conosciuto le galere di stato per “troppa” militanza ha poi cercato altrove un posto dove ricominciare a vivere; altri ancora sono semplicemente invecchiati…
    Guido (assieme a Claudio Muraro e Rino Refosco, se non ricordo male) aveva partecipato all’esperienza milanese della Casa dello Studente e del Lavoratore. Un breve riepilogo: nell’aprile del 1969 gli studenti occupavano l’Università Statale di Milano in via Festa del Perdono. Quasi contemporaneamente veniva occupato un vecchio albergo a Piazza Fontana applicando una severa autogestione. L’ex albergo ora denominato “Casa dello Studente e del Lavoratore” subirà presto sia gli attacchi dei fascisti (con il lancio di alcune molotov) che una indegna campagna di stampa criminalizzante. Lo sgombero per mano della polizia scatterà all’alba, come da manuale, per concludersi con numerosi arresti. In un libro fotografico di Uliano Lucas c’è l’immagine del processo ad alcuni anarchici in cui si riconoscono un paio dei sopracitati vicentini; in qualità di pubblico rumoreggiante, a pugno chiuso, per il momento non ancora imputati. Secondo una leggenda locale Guido sarebbe partito da Vicenza ancora m-l per ritornarvi anarchico. A Vicenza comunque i tre fondarono immediatamente il MAV e aprirono in Contrà Porti una sede, destinata ad essere perquisita spesso, soprattutto dopo gli eventi del 12 dicembre. I visitatori venivano accolti da uno striscione un pochettino situazionista “Date a Cesare quel che è di Cesare: 23 pugnalate!”. Del resto quello era il clima dell’epoca.

    Di tutto l’impegno di una quindicina di compagni (più o meno sempre gli stessi con qualche abbandono e qualche rientro in corso d’opera) tra la fine degli anni sessanta e i settanta resta poco. Forse i reperti più consistenti (entrambi gelosamente conservati dal sottoscritto) sono una bandiera rossa con A cerchiata nera (non proprio ortodossa, ma ha sventolato ai funerali del Borela, Ardito del Popolo di Schio, colui che il Tar -Ferruccio Manea – considerava il suo maestro) e un pacco di volantini di cui credo non esistano altre copie. Sono quelli distribuiti nel corso di un paio d’anni (1971-1972), regolarmente, almeno uno ogni 15 giorni, davanti al locale manicomio (così era chiamato, senza eufemismi) in epoca pre-Basaglia; quasi una lotta d’avanguardia per chi aveva letto, se non “La maggioranza deviante” (di Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia), almeno”Morire di classe” (sempre dei coniugi Basaglia, con un servizio fotografico, sconvolgente, realizzato da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, per denunciare la condizione manicomiale). Denunciavamo le violenze, i ricoveri coatti (una sorta di TSO di massa) nei confronti di soggetti scomodi (“disadattati” secondo l’ideologia dominante) improduttivi, sostanzialmente non addomesticati. Dall’interno c’era chi ci sosteneva, informava, guidava: il compianto medico Sergio Caneva, fedele alla sua giovinezza partigiana, destinato a morire proprio mentre teneva una conferenza sulla Resistenza.
    Il lavoro del MAV era stato apprezzato dai compagni del Germinal di Carrara
    (da non confondere con l’omonimo gruppo – e giornale – libertario di Trieste con cui comunque si era in contatto) dove avevamo mandato copia dei volantini e degli articoli comparsi sulla stampa locale. Alfonso Failla, per anni direttore di Umanità Nova e Umberto Marzocchi, volontario in Spagna nella colonna anarchica affiliata alla FAI-CNT delle Brigate Internazionali insieme a Camillo Berneri (proprio a lui toccò, nel maggio 1937, l’ingrato compito di doverne riconoscere il cadavere dopo che era stato assassinato dagli stalinisti) ci invitarono per prendere contatti ed eventualmente allargare il discorso contro le istituzioni totali. Partimmo in quattro nel novembre del 1972. Oltre a me e Guido (l’unico con la patente e l’auto, gli altri tre eravamo tutti motociclisti) facevano parte della delegazione Stefano Crestanello e Mario Seganfredo (detto Mario cavejo per evidenti motivi di chioma) che quattro anni dopo perì in un incidente stradale. Dopo aver deciso di cogliere l’occasione per visitare anche altri gruppi lungo la strada, ci stipammo nell’auto di Guido. Prima tappa Reggio Emilia (o era Parma?) dove, nella biblioteca del locale gruppo anarchico, ci accolse un incredibile compagno ottantenne. Aveva fatto tutto: l’Ardito del Popolo, la Spagna, la Resistenza, l’USI…
    Conservo il ricordo di un intenso abbraccio tra lui e Guido, quasi un passaggio di testimone. Alla notte, dopo aver fatto la conta, Guido e Mario dormirono in macchina (dove c’era posto per due), io e Stefano all’addiaccio nel sacco a pelo. In seguito ci demmo il cambio, credo.
    Il giorno dopo, sosta in un bar sulla sommità di un passo appenninico dove percepii una sensazione da “confine del mondo”. Ricordo delle rocce rossastre, color ruggine (erano forse le Metallifere del mistico ribelle Lazzareti?) e Mario suonò un pezzo rock, suscitando qualche sguardo perplesso negli avventori, peraltro cordiali, sul vecchio pianoforte che completava l’arredo. Poi Carrara: due giorni a parlare, discutere, nella mitica sede del Germinal con Failla e Marzocchi, combattenti inesausti.
    Alla parete la risoluzione di Kronstadt (quella del 1921) e un’immagine di Rosa Luxemburg.
    Dopo una discussione, amichevole ma tesa, su CHE Guevara (che io comunque difendevo a spada tratta, con spirito ecumenico), Marzocchi mi regalò un libro di Errico Malatesta. A Genova pernottammo da un amico di Guido, un musicista aspirante cantautore. Dopo Milano Mario scese nel cuore della notte proseguendo per Bologna, dove aveva una morosa, in autostop. La nostra scorribanda si concluse a Peschiera. Giungemmo in tempo per partecipare alla manifestazione davanti al carcere militare che in quel periodo ospitava soprattutto obiettori totali, in maggioranza testimoni di Geova e anarchici (tra cui un vicentino, Alberto P.). Ci fu anche una carica dei carabinieri. Da Carrara portammo a Vicenza un pacco di manifesti (poi denunciati e sequestrati) per Franco Serantini, massacrato di botte a Pisa qualche mese prima (maggio 1972). Scoprii al ritorno che lo Stato si era premunito di avvisare la mia famiglia del fatto che mi trovavo a Carrara in un covo di sovversivi (il Germinal) e non, come avevo elegantemente detto, a Padova per ragioni di studio. All’epoca infatti alternavo periodi di facchinaggio (turni di notte da Domenichelli e trasferte alla Veneta-Piombo di Alte Ceccato) con la militanza e improbabili percorsi universitari. Gentile comunque da parte sua, lo Stato intendo.
    Che altro dire di Guido? Forse di quella volta che lo incontrai in corso Palladio con un paio di bastoni diretto al liceo dove il giorno prima i fascisti avevano sprangato alcuni compagni (in particolare, il futuro storico Emilio Franzina e Alberto Gallo, figlio del noto avvocato, figura di spicco della Resistenza vicentina). Mi invitò a partecipare alla sua “spedizione punitiva” e sinceramente non me la sentii di lasciarlo andare da solo “incontro al nemico”, ma in cuor mio sperai ardentemente che quel giorno i fasci si fossero presi un giorno di ferie (anche perché qualche giorno prima era toccato anche a me di partecipare ad uno scontro dove me la ero cavata con qualche legnata, in parte restituita). Ma se penso a Guido lo rivedo ancora in piedi, in tuta da imbianchino, barba e capelli lunghi, aspettare la figlioletta all’uscita dalla scuola elementare di via Riello. Immancabilmente, ogni giorno. Proletario, ribelle e rivoluzionario, senza mai perdere la tenerezza.
    Ci mancherà.

    (Gianni Sartori – novembre 2015)

    nda: Una breve precisazione. Come mi ha fatto notare Franco Pianalto (vecchio militante operaio degli anni sessanta, passato dal PCI ai marxisti-leninisti e in seguito anche per Lotta comunista; oltre che amico di Bertacco) nell’articolo su Guido avevo dimenticato il ruolo fondamentale svolto nel lavoro di controinformazione sul manicomio di Vicenza di un altro CANEVA, Sante (quasi omonimo del medico Sergio Caneva, ma non parente). Provenivano direttamente da lui gran parte delle informazioni sulla vergognosa situazione in cui versavano i reclusi e per il suo impegno subì angherie e vere e proprie persecuzioni che contribuirono, nel corso degli anni successivi, ad avvelenargli non poco la vita. Ancora negli anni sessanta, in collaborazione con un altro sindacalista e socialista, un Sartori, aveva denunciato l’assurda situazione per cui i reclusi vennero in pratica costretti per quasi due anni a “mangiare con le mani” in quanto i due medici che dirigevano il lager, pardon il manicomio, non trovavano un accordo sui cucchiai. Mentre per uno dovevano essere di legno, per l’altro di stagno. Non è una barzelletta; perfino il Giornale di Vicenza dovette occuparsene con un articolo carico di, per quanto moderata, indignazione. Questa era la realtà delle istituzioni totali prima del tanto vituperato “68”! A entrambi i due Caneva (Sante e Sergio) rendiamo quindi il dovuto onore.
    GS

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